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Diario


2 febbraio 2010

Di Pietro, Contrada e la cena del 1992

Trovate quattro foto dell’incontro in caserma

Di Pietro, Contrada e la cena del 1992

http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_02/di-pietro-contrada-cavallaro_e059bc54-0fc4-11df-9603-00144f02aabe.shtml


Il tentativo di farle sparire, ne esistevano altre otto. L’ex pm: spy story che non esiste

Antonio Di Pietro (terzo da sinistra) a cena con il funzionario del Sisde Bruno Contrada (secondo da sinistra), in una delle foto scattate il 15 dicembre del 1992, nove giorni prima dell’arresto dello stesso
Antonio Di Pietro (terzo da sinistra) a cena con il funzionario del Sisde Bruno Contrada (secondo da sinistra), in una delle foto scattate il 15 dicembre del 1992, nove giorni prima dell’arresto dello stesso
ROMA
- Alcune foto che era stato ordinato di distruggere inquietano Antonio Di Pietro. Sono quattro foto scattate il 15 dicembre del 1992 con il futuro leader di Italia dei valori seduto a tavola, durante una cena conviviale in una caserma dei carabinieri, fra alcuni ufficiali arruolati nei servizi segreti, uno 007 eccellente come Bruno Contrada e un altro James Bond vicino alla Cia, arrivato da Washington per una targa ricordo della famosa «Kroll Secret Service» all’ospite d’onore, appunto Di Pietro. Solo una cena. Niente di male, come ha già fatto sapere lo stesso Contrada attraverso il suo avvocato. Solo una occasionale e innocua chiacchierata prenatalizia fra amici e colleghi, fra investigatori e soltanto un magistrato. Una cena immortalata da una macchina fotografica senza pretese che salta fuori giusto per un ricordo, appena qualche scatto, dodici per l’esattezza, come si accerterà nove giorni dopo, quando tutti si preoccupano e a tutti fanno giurare di bruciare ogni copia.

Tante le telefonate incrociate quel maledetto giorno, il 24 dicembre del 1992. Il giorno dell’arresto di Bruno Contrada, allora numero 3 del Sisde, funzionario sotto mira dei colleghi di Paolo Borsellino sin dalla strage di via D’Amelio, cinque mesi prima. E scatta una gara a farle sparire. Ognuno assicura che lo farà. Forse per evitare di ritrovarsi un giorno davanti al funzionario mascariato dalle rivelazioni di alcuni pentiti come Gaspare Mutolo, scagliatosi in ottobre contro ‘u dutturi e contro Domenico Signorino, pm con Giuseppe Ayala al primo maxi processo. Un giudice antimafia nelle mani dei Riccobono, secondo i primi scoop. Seguiti dal suicidio di Signorino, il 3 dicembre. Un drammatico evento del quale non si può non parlare alla cena organizzata con i vertici dei Servizi nella caserma del comando Legione di via In Selci dal capo del reparto operativo dei carabinieri di Roma, Tommaso Vitagliano, allora colonnello, oggi generale di brigata. Ma le storiacce di mafia non sono l’unico argomento di conversazione perché quel 15 dicembre, a metà giornata, l’Ansa ha ufficializzato con un dispaccio l’avviso di garanzia contro Bettino Craxi per concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. È il provvedimento firmato con Saverio Borrelli e gli altri colleghi del pool di Milano proprio da Tonino Di Pietro la sera precedente, il 14. E, ventiquattro ore dopo, il giudice per il quale mezza Italia ormai tifa sta lì a tavola, Contrada seduto accanto a lui, l’agente americano pronto con la targa premio.

IL COLPO - Se la storia non fosse rimasta top secret per 17 anni forse qualche domanda, anche fra gli stessi sostenitori di Di Pietro, sarebbe stata posta prima. Avvertì Di Pietro di quelle curiose coincidenze i suoi colleghi? Se lo chiede anche chi adesso tira fuori le foto considerate tessere di un mosaico chiamato «Il ‘colpo’ allo Stato», per dirla col titolo di un libro quasi ultimato da un ex amico sganciatosi da Di Pietro, l’avvocato Mario Di Domenico, cultore di statuti medievali e, guarda un po’, cooptato dieci anni fa dal magistrato per redigere proprio lo Statuto di Italia dei valori. Un’amicizia clamorosamente interrotta. Come quella di Di Pietro con Elio Veltri, oggi in sintonia con Di Domenico. Al di là dei rancori che spaccano il micro mondo dell’Italia dei valori, adesso le foto che il Corriere pubblica oggi e quelle che si troveranno nel libro edito da Koinè stimolano qualche riflessione. Al di là di impropri retro pensieri sul versante «americano», Di Pietro non avrebbe informato di quella cena con Bruno Contrada né i suoi colleghi del pool di Milano né i magistrati di Palermo che il 24 dicembre disposero l’arresto. Anzi, quel giorno scatta la caccia alle foto per distruggerle.

Vivono tutti un forte imbarazzo e si affanna soprattutto Francesco D’Agostino, il maggiore dei carabinieri che accompagna Di Pietro alla cena, e che in una istantanea compare di fronte a Contrada, a sua volta seduto vicino a Di Pietro. Provando a soffocare le prime voci sulle foto da una manina salvate, adesso l’ex magistrato ricorda di avere incontrato lì per caso Contrada. E forse lo stesso dirà D’Agostino, l’ufficiale soprannominato «El tigre», amico e frequentatore del banchiere italo-svizzero Pier Francesco Pacini Battaglia che uscì indenne dagli interrogatori avvenuti prima delle scenografiche dimissioni di Di Pietro. Con soddisfazione del maggiore, in seguito al centro di un discusso prestito di 700 milioni elargito dallo stesso Pacini Battaglia. Quel 15 dicembre del 1992 D’Agostino è un fidatissimo collaboratore per Di Pietro. E con lui va alla cena romana lasciando tornare a Milano da solo Gherardo Colombo, dopo la notte dell’avviso e dopo avere trascorso insieme la mattina a Roma, al Csm, per un convegno. Di Pietro è così l’unico magistrato presente al vertice enogastronomico con gli alti gradi dei Servizi e con l’«americano» Rocco Mario Modiati, a tutti presentato come il responsabile della cosiddetta «Cia di Wall Street», la Kroll, la più grande organizzazione di investigazione d’affari del mondo fondata nel ’72 da Jules Kroll, tremila dipendenti fissi, una quantità di collaboratori, corsia preferenziale per chi arriva da Cia e altri servizi, Mossad compreso, uffici in 60 città di 35 Paesi, stando anche a una inchiesta pubblicata dal New Yorker il 19 ottobre scorso.

LA BUFALA - Manca la foto con la consegna della targa premio. E forse serve a poco interrogarsi sull’impatto che tutte avrebbero potuto avere nel pieno e nella piena di Mani pulite. Anche nelle scelte degli stessi colleghi di Di Pietro e di Borrelli che «avrebbe potuto cambiare mano nella guida delle inchieste», come teorizza Di Domenico. Oggi Contrada è il primo a minimizzare il peso dell’incontro, parlando attraverso il suo avvocato Giuseppe Lipera, tappato com’è ai domiciliari per motivi di salute: «Un incontro casuale e cordiale. "Siamo quasi colleghi perché anch’io sono stato per il passato funzionario di polizia", mi disse Di Pietro quando capì chi ero...». Molti considerano inattendibile Contrada per definizione. Altri sono certi di un errore giudiziario a suo carico. Ma il punto non è questo. Bisognerebbe semmai capire perché di quell’incontro non si sia fatto mai cenno successivamente e perché l’evidente imbarazzo portò tutti a cercare di far sparire le foto, anche se lo stesso Contrada dice di possederne una copia e altri le hanno conservate.

Di Pietro, davanti a sospetti o insinuazioni, passa al contrattacco, inserendo qualche errore fra i suoi ricordi: «Si vuol fare credere, attraverso un dossier di 12 foto mie con Mori, Contrada e funzionari dei servizi segreti, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della Cia per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia». Una citazione errata quella di Mori, estraneo alla cena derubricata da Di Pietro al rango di «bufala o trappola»: «Soltanto menti malate possono pensare che ho fatto quel che ho fatto per una spy story e non come umile manovale dello Stato, che quando faceva il muro cercava di farlo dritto». Ma non basta per convincere Bobo Craxi, da tempo interessato a scavare sull’ipotesi dell’aggancio americano: «Una teoria che sarebbe verosimile perché dopo l’89 c’erano interessi internazionali a cambiare il quadro europeo».

ANNOZERO - Le foto documentano solo una cena. Ma è anche vero che il ruolo di Contrada era già discusso e che non sfuggiva a Di Pietro il quadro insidioso dei misteri legati alla strage di via D’Amelio. Dopo 17 anni è stato lui l’8 ottobre scorso a rivelare durante una puntata di Annozero, presente Massimo Ciancimino, di essere stato informato alcuni giorni prima della strage di una relazione dei Ros su un attentato preparato contro lo stesso magistrato e contro Paolo Borsellino. Con una differenza. Che a Borsellino la nota fu inviata per posta e mai recapitata. Mentre a lui fu consegnato un passaporto con nome di copertura, Mario Canale, per rifugiarsi all’estero. Come fece andando in vacanza con la moglie in Costa Rica, ma lasciando i figli a casa. Per chi indaga da vent’anni sui pasticci italiani è scontato cercare di mettere a fuoco la controffensiva di potentati allarmati dall’eventualità di un incrocio fra le inchieste di Palermo e Milano sui grandi affari. Proprio quel che rischiava di accadere dal febbraio ’92 in poi, con Falcone e Borsellino vivi e con il pool di Milano al lavoro. Da qui l’importanza di quella minaccia della mafia su Di Pietro e Borsellino insieme. Eppure, anche la storia della fuga del «Signor Canale» è venuta fuori solo a 17 anni di distanza.

Sull’asse Milano-Palermo si incrocia una cronologia parallela da vertigine. E ogni volta salta fuori anche il nome di Contrada che alcuni considerano un mostro, a cominciare da un fan di Di Pietro come Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via D’Amelio: «Paolo considerava Contrada un assassino e lo stesso considero io. Paolo disse più di una volta ai suoi familiari parlando di Contrada "Solo a fare il nome di quell’uomo si può morire"». Posizione oggi ufficialmente condivisa da Di Pietro, stando a quel «finalmente condannato» che lanciò nel suo blog il 19 luglio di due anni fa. Parole che stridono per i suoi ex amici più che con la cena con i silenzi successivi. D’altronde per il pool di Palermo, diffidente nei confronti del capo, Piero Giammanco, e in attesa di Giancarlo Caselli, arrivato il 15 gennaio ’93, è una estate infuocata quella del ‘92.

UN VORTICE - Il 12 settembre, vengono estradati dal Venezuela i fratelli Cuntrera, il 17 viene ucciso a Palermo Ignazio Salvo, il 15 ottobre a Catania il giudice Felice Lima fa arrestare 22 persone fra imprenditori, politici, progettisti coinvolti dal geometra Giuseppe Li Pera e il 4 novembre tuona il pentito Giuseppe Marchese su Contrada accusandolo di aver avvisato Totò Riina prima di una perquisizione nella villa-covo di Borgo Molara, rivelazione preceduta dagli strali di Gaspare Mutolo contro il dirigente del Sisde e il giudice Signorino. In quei giorni Di Pietro non lavora solo su Craxi, ma anche sulle storie siciliane. Segue l’asse appalti-mafia come farà nei mesi successivi andando a trovare con l’allora capitano Giuseppe De Donno a Rebibbia «don» Vito Ciancimino. Un incontro che sarà poi dimenticato. Fatti senza seguito. Fino ad arrivare alla deposizione dello stesso Di Pietro, il 21 aprile 1999, davanti ai giudici del «Borsellino ter» ai quali ricorderà di avere collaborato con Paolo Borsellino fino alla morte di Falcone e di «avere interrotto il rapporto con la Sicilia» (argomento mafia-appalti) dopo la bomba di via D’Amelio «perché non mi ritrovavo nel metodo d’indagine degli altri magistrati». Gli stessi ignari di foto e incontri eccellenti.

Felice Cavallaro
02 febbraio 2010




permalink | inviato da ilpadronedelvapore il 2/2/2010 alle 14:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


17 gennaio 2010

Mannino: «Falcone temeva alleanze mafia-servizi segreti stranieri»

da www.corriere.it


In tv L'ex ministro democristiano assolto dall'accusa di mafia dopo 17 anni

Mannino: «Falcone temeva alleanze mafia-servizi segreti stranieri»

«Il giudice mi disse che l'alleanza avrebbe provocato uno scossone, un terremoto nel Paese»




PALERMO - «Incontrai Giovanni Falcone a fine settembre '91. Mi disse che era preoccupato per le possibili convergenze tra Cosa nostra e servizi segreti non italiani, che avrebbero provocato uno scossone, un terremoto nel Paese». L'ha rivelato l'ex ministro democristiano Calogero Mannino, intervistato da Maria Latella su Sky Tg 24.

IL COLLOQUIO - Mannino, assolto il 14 maggio in Cassazione dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa, dopo un processo durato 17 anni, ha aggiunto che quella con Falcone fu «una conversazione privata, che si ripetè alla presenza di Peppino Gargani». «Del contenuto di quel colloquio - ha aggiunto - parlai allora con il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti e con il capo della Polizia Vincenzo Parisi. Fui ascoltato, ma nessuno era in grado di valutare quell'intuizione di Falcone».

ITALIA NON VALUTÒ MUTAMENTO- «Alla fine degli anni Ottanta, erano maturate le condizioni per un mutamento di fondo: l'Italia poteva essere liberata dalla situazione instaurata, con equilibrio, nel '47 in un Paese facente parte della Nato. Con la caduta del Muro di Berlino, inevitabilmente ci sarebbero state delle conseguenze». Commentando la stagione di «Mani pulite» e le notizie di questi giorni sugli ipotetici rapporti tra Antonio Di Pietro ed esponenti di servizi segreti, Mannino ha detto che ritiene le dichiarazioni dell'ex pm «un'operazione di outing. Di Pietro mette le mani avanti. Su di lui, come su di me, sono circolate voci. Si tratta di capire cosa è vero e cosa è falso». «In Italia - ha aggiunto - nell'89 erano presenti tutti i servizi segreti. Si trattava di rivedere quelle presenze, di disattivarle. Cossiga fu l'unico a capire il mutamento e occorreva valutare questo passaggio. Le questioni irrisolte della Prima Repubblica ce le portiamo dietro ancora adesso. Dal disperato discorso di Craxi non c'è stata una valutazione sul finanziamento dei partiti, che da allora è quintuplicato». Infine, Mannino ha parlato della «svolta» della Dc sul fronte antimafia: «Nel congresso dell'83 il partito decise di mettere fuori dalla porta Vito Ciancimino e l'anno precedente, nel corso di un convegno sulla mafia, la Dc lanciò il chiaro messaggio che non intendeva più tollerare debolezze nei confronti di Cosa nostra e appoggiò l'operato del pool antimafia. Già nel '79 la Democrazia cristiana acquisì la consapevolezza che la mafia stava sviluppando un'azione terroristica con l'uccisione di Michele Reina (segretario provinciale di Palermo della Dc, ndr), Piersanti Mattarella e poi Gaetano Costa, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa».

Redazione online
17 gennaio 2010






16 gennaio 2010

Usa, 007 e Seychelles: il lato oscuro di Di Pietro

di Luca Fazzo per "Il Giornale"

La biografia di Di Pietro costellata di incognite: i legami coi servizi segreti italiani e americani, il giallo della laurea, fino al frettoloso addio alla toga. L'ex pm mette le mani avanti ma s'incarta


Milano - Se si vuole capire davvero la furibonda arrabbiatura di Antonio Di Pietro per il dossier che (secondo quanto da lui stesso rivelato) lo vorrebbe collegare all’universo dei servizi segreti, bisogna andare indietro di dieci anni e più. All’ultimo periodo italiano di Bettino Craxi, e poi al lungo crepuscolo ad Hammamet. È in quel periodo che il leader socialista rende sempre più esplicita la sua convinzione, maturata fin dagli esordi di Mani Pulite e poi rafforzatasi strada facendo: quella che l’origine dei suoi guai giudiziari stia da qualche parte nella nebulosa dei servizi segreti, e più direttamente nella frangia della nostra intelligence di obbedienza americana. La convinzione che Mani Pulite fosse stata - se non progettata - comunque oliata ed agevolata da Oltreoceano, da quella parte di establishment Usa deciso a chiudere i conti con l’anomalia italiana, con l’Andreotti del dialogo con gli arabi, con il Craxi dell’affronto di Sigonella.

Questa convinzione - ribadita implicitamente pochi giorni fa da Rino Formica, ex ministro socialista - passava necessariamente per una rivisitazione del personaggio Di Pietro. Non c’erano solo le Mercedes, i prestiti, le piccole magagne per cui Di Pietro verrà processato e assolto. C’erano dubbi ben più corposi, e che comportavano una rilettura integrale della biografia del magistrato milanese: una carriera solo in apparenza naif, e in realtà compiuta sotto l’egida degli apparati occulti dello Stato, di qua e di là dall’Atlantico. È una ipotesi che, oggi come allora, Di Pietro considera una calunnia senza capo né coda. E fornisce risposte - a volte precise, a volte meno - sui misteri, veri o presunti, della sua storia personale. Eccone una sintesi.

Il rientro in Italia Secondo le biografie autorizzate, Di Pietro emigra in Baviera nel 1971, a ventun anni, e rientra in Italia due anni dopo. Colpo di scena. Viene assunto dall’Aeronautica militare, e assegnato alla struttura che si occupa di controllare la sicurezza delle forniture ad alta tecnologia bellica delle nostre industrie. È una mansione da sempre svolta in parallelo con un reparto apposito del Sismi, l’Antiproliferazione. E comunque chi vi lavora deve godere di un lasciapassare di sicurezza che in quegli anni viene rilasciato proprio dagli 007. Come fa Di Pietro a ottenere immediatamente il nulla osta? La versione di Tonino è semplice: ho fatto un concorso come impiegato civile, l’ho vinto e sono entrato all’Aeronautica.

La laurea Il 19 luglio 1978 Di Pietro si laurea in Giurisprudenza alla Statale di Milano. Nel giro di trentuno mesi ha sostenuto ventidue esami, a un ritmo forsennato. Un esame che terrorizza tutti gli studenti di legge, «Istituzioni di diritto privato», lo sostiene e lo passa dopo appena un mese dall’esame precedente. Si laurea con una tesi in Diritto costituzionale, voto 108/110. «Lavoravo di giorno e studiavo di notte», è sempre stata la versione di Di Pietro: e d’altronde la sua incredibile capacità di lavoro è nota. Ma una serie di stranezze rafforzano i dubbi di chi ipotizza che il suo percorso accademico sia stato accompagnato da segnalazioni e raccomandazioni. Un appunto del centro Sisde di Milano sostiene che Di Pietro in quegli anni era in contatto con un diplomatico Usa in servizio nel nord Italia, e con una associazione vicina alla Cia. In una indagine riservata dei carabinieri dell’Anticrimine milanese si legge che il giorno in cui risulta avere sostenuto un esame, in realtà Di Pietro era fuori città: ma sono illazioni che resteranno prive di riscontro. Come pure i sospetti sul ruolo di Agostino Ruju, avvocato, legato ai nostri servizi segreti, che alla Statale fa l’assistente di Diritto costituzionale quando Di Pietro si laurea proprio in quella materia. A indicare Ruju come uomo dell’intelligence sarà Roberto Arlati, uno dei collaboratori più stretti del generale Dalla Chiesa. Peraltro sia Ruju che Arlati verranno arrestati da Di Pietro nel corso di Mani Pulite.

Al fianco di Dalla Chiesa? In una intervista a Paolo Guzzanti, la madre di Emanuela Setti Carraro racconta che Di Pietro lavorava agli ordini di suo suocero, il generale Dalla Chiesa, nella lotta al terrorismo. Non indica date precise, ma l’episodio dovrebbe essere precedente al 1980, quando Dalla Chiesa viene trasferito al comando della divisione Pastrengo: all’epoca, dunque, Di Pietro è ufficialmente ancora un dipendente civile dell’Aeronautica.

L’ingresso in magistratura Sul concorso con cui, due anni dopo la laurea, Di Pietro entra in polizia non ci sono ombre. Nei dossier craxiani ce ne sono invece, e corpose, sul modo in cui nel 1981 il commissario diventa magistrato, superando al primo colpo un concorso famoso per la sua asprezza. Ai giudici della commissione d’esame resta impressa una certa rozzezza espositiva del candidato. A presiedere la commissione c’è il giudice Corrado Carnevale che più tardi racconterà di essersi fatto commuovere dal curriculum dell’ex emigrante. Ma ancora più inconsueto è quanto accade tre anni dopo, quando il consiglio giudiziario di Brescia valuta l’«uditorato» (cioè l’apprendistato) di Di Pietro. È un giudizio molto severo, che conclude per l’inadeguatezza di Di Pietro a diventare magistrato. Ma il Csm ribalta tutto e promuove l’uditore Di Pietro. Tra i membri del Csm c’è allora Ombretta Fumagalli Carulli, una deputata Dc in ottimi rapporti con gli Usa, che diventerà uno dei primi fan delle indagini anti-corruzione a Milano. Ma Di Pietro ha dalla sua una dichiarazione al Csm del procuratore capo di Bergamo, Cannizzo, che appena un anno dopo cambia radicalmente il giudizio su di lui, aprendogli la strada al trasferimento alla Procura di Milano.

Il viaggio alle Seychelles È l’episodio più surreale, quello dove è più difficile collocare le tessere in un mosaico sensato. Ruota intorno a Francesco Pazienza, un faccendiere dai mille contatti, iscritto alla loggia P2, bene introdotto negli ambienti dei nostri servizi segreti. Nel 1984 Pazienza viene accusato di avere creato, insieme ad alcuni boss dell’intelligence, una sorta di servizio segreto parallelo, viene colpito da mandato di cattura e si rifugia alle Seychelles. Craxi, che allora è presidente del Consiglio, gli scatena contro il Sismi. Mentre i servizi cercano inutilmente di afferrarlo, alle Seychelles sbarca Di Pietro, sostituto procuratore a Bergamo, ufficialmente in viaggio di piacere. Di Pietro si mette sulla tracce di Pazienza, all’insaputa dei suoi capi. In una dichiarazione riportata dal giornalista Filippo Facci, l’allora capo del Sismi Fulvio Martini ipotizza che «Di Pietro lavorasse anche per il ministero degli Interni e avesse mantenuto legami con il precedente mestiere».

Il viaggio in America Nel 1985 Di Pietro arriva a Milano, in Procura. Inizia a scavare sul marcio nella pubblica amministrazione partendo dal caso delle «patenti facili». Tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, con la testimonianza di Luca Magni e l’arresto di Mario Chiesa, dà il via all’operazione Mani Pulite. Nel giro di poche settimane viene sollevato il coperchio sulla inverosimile commistione tra business e politica che si è impadronito dell’ex «capitale morale». Tutta l’Italia tifa per Di Pietro. Ma a ottobre, nel pieno del tourbillon dell’inchiesta, il pm sparisce improvvisamente da Milano e vola negli Stati Uniti. Non si sa bene cosa faccia. Di certo partecipa all’interrogatorio di un imprenditore italiano, tale Grassetto. Poi svanisce, i cronisti italiani gli danno la caccia tra New York, Los Angeles, la Pennsylvania. Sui giornali si parla di una traccia che metterebbe in collegamento le indagini di Mani Pulite con i fondi americani di Cosa Nostra: non se ne saprà mai più nulla. Di Pietro fa una sola dichiarazione: «Siamo qui per alcuni incontri con giuristi e agenti dell' Fbi che ci devono spiegare come si fanno qui in America certe indagini». Ma si dice che venga ospitato anche da quelli della Kroll, la superagenzia di investigazioni private che da sempre lavora anche per l’intelligence a stelle e strisce.

Dimissioni dalla magistratura Qui i servizi segreti non c’entrano, ma siamo comunque nella categoria del «giallo». Il 6 dicembre ’94, dopo avere concluso la sua requisitoria nel processo Enimont, Di Pietro si toglie la toga e comunica al procuratore Borrelli la sua decisione di lasciare la magistratura. Nei giorni precedenti appariva provato psicologicamente, c’è chi racconta di averlo visto scoppiare a piangere all’improvviso, senza motivo, in ufficio. La spiegazione di Di Pietro è: sapevo che stavo per venire incriminato, dimettendomi ho evitato che a venire travolta fosse l’intera inchiesta e contemporaneamente ho potuto difendermi con maggiore libertà. I fatti gli daranno ragione, verrà assolto e Mani Pulite andrà avanti (anche se per poco). Eppure sono in diversi a pensare che anche la storia di quell’addio sia, in tutto o in parte, ancora da scrivere.


22 ottobre 2009

Se il giudice di Micromega archivia l'inchiesta sulla mafia...

Dall'Ansa di ieri, ripresa solo da Siciliainformazioni

Massimo Bordin nella rassegna stampa di questa mattina su Radio Radicale ha fatto notare la notizia, passata inosservata da tutti. Occhio alle coincidenze temporali (il 19 luglio è il giorno della strage di via D'Amelio)!


Risale allo scorso 3 settembre la prima richiesta della difesa del generale Mario Mori di rilascio del decreto con cui il gip di Palermo, il 14 agosto '92, decise l'archiviazione del rapporto mafia-appalti redatto dal Ros dei carabinieri, di cui Mori era a quel tempo vicecomandante, e consegnato alla procura di Palermo il 20 febbraio '91. 

Ieri lo stesso generale, nelle dichiarazioni spontanee rese davanti al tribunale, aveva detto che ''la richiesta è stata inoltrata tre volte dal suo difensore". Oggi l'avvocato Milio ricostruisce la vicenda, partendo dalla richiesta di archiviazione, "datata 13 luglio - dice - e che porta la firma dei pm Guido lo Forte e Roberto Scarpinato. Una settimana dopo, il 20 luglio, all'indomani della strage di via D'Amelio, sulla richiesta d'archiviazione viene apposto il visto dell'allora procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco. Il 14 agosto il gip si pronuncia a favore dell'archiviazione".

"Dopo la richiesta da me depositata il 3 settembre - aggiunge Milio - l'ufficio del gip mi ha risposto che il decreto non era nel fascicolo. Subito dopo ho appreso che la cancelleria l'aveva trovato, così ho inoltrato un'ulteriore domanda. Questa volta mi è stato risposto che non avevo titolo per fare quella richiesta perché non difendevo nessuno dei venti indagati di quel procedimento. Il 19 settembre ne faccio un'altra, spiegando che chiedevo il decreto d'archiviazione nell'interesse del generale Mori. Questa volta mi è stato risposto che serviva il parere della procura sul rilascio del documento. Sto aspettando, ma voglio sottolineare che a Caltanissetta il gip mi ha dato tutti i documenti che ho richiesto, senza attendere il parere di nessuno".


21 ottobre 2009

Magistratura ed economia



da Dagospia. L'ITALIA CHE VERRÀ È NELLE MANI DEL GRECO DE MILAN - TUTTE LE SEGNALAZIONI BANCA D’ITALIA, CONSOB, DALL’UFFICIO ITALIANO CAMBI ATTERRANO SULLA SCRIVANIA DI FRANCESCO GRECO - DA ZUNINO IN GIÙ, L’ELENCO DEI COLOSSI FINANZIARI FINITI NEL MIRINO DELLA PROCURA DI MILANO È VASTISSIMO - QUANTO PESA IL NO DI PAPI A GRECO ALLA CONSOB?....


Luca Fazzo per "Il Giornale"


Due settimane. Forse addirittura tre. Tanto impiegherà il tribunale fallimentare di Milano per prendere la sua decisione sul caso Risanamento, il colosso edilizio sull'orlo del crac: un fallimento che la Procura chiede con forza, e che il pool delle principali banche italiane - tutte pesantemente esposte verso il gruppo - sta cercando disperatamente di evitare.

Quando la sentenza verrà depositata, si capirà finalmente non solo la sorte di Risanamento (e dei suoi tanti, appetibili terreni al sole) ma anche la sorte del primo scontro che si sta combattendo intorno ad uno scenario del tutto inedito della vita economica e giudiziaria italiana. È lo scenario che vede una sola Procura - e al suo interno un ristretto gruppo di magistrati - svolgere una funzione di controllo sull'intero scenario economico nazionale.

Perché non c'è solo Risanamento. Da Italease a Jp Morgan, da Mediaset a Eni, da Caboto a Saras, a Barclays, è lungo l'elenco dei colossi dell'economia e della finanza messi sotto tiro. Persino la telenovela dell'eredità Fiat ha a Milano un suo piccolo aggancio, l'indagine su alcuni avvocati di donna Margherita Agnelli de Pahlen.

Un controllo - va detto - rivelatosi indispensabile, per più di un aspetto. Senza questa funzione «onnivora» della Procura milanese gli imbrogli galattici del cavalier Tanzi sarebbero andati avanti chissà quanto, le imprese dei furbetti del quartierino sarebbero rimaste sconosciute, e mai si sarebbe intercettata la entusiasta telefonata tra Piero Fassino e Giovanni Consorte («Abbiano una banca!») di cui proprio oggi si parlerà nell'aula del processo Unipol.

Ma sono in molti, nel mondo dell'economia e della finanza, a considerare anomala questa sorta di egemonia. Anche se nessuno lo dice apertamente: perché prima o poi tutti possono finire sotto le forche caudine dei pm milanesi, e allora è meglio non crearsi troppi nemici.

Ma come è nato, e su quali basi, questo supergruppo? Il suo documento istitutivo porta una data precisa: 20 giugno 2008. A istituire l'«area omogenea» - questa la denominazione ufficiale - è Manlio Minale, capo della Procura milanese. Più volte, nel documento, viene ripetuta la locuzione «allo stato», come se nelle intenzioni si trattasse di una sistemazione provvisoria.

Ma, ad un anno e quattro mesi di distanza, l'«area omogenea» è ancora al suo posto, e al suo vertice c'è sempre il procuratore aggiunto Francesco Greco. Che, già quando era semplice pm, aveva creato all'interno del dipartimento «Reati finanziari» della Procura milanese un gruppo specializzato nella «tutela dei mercati finanziari», e sotto queste insegne aveva combattuto le campagne di Antonveneta e Unipol.

Scrive Minale il 20 giugno 2008: «la positiva sperimentazione dell'area omogenea denominata "tutela dei mercati finanziari" suggerisce di irrobustire quell'area stessa con l'ampliamento ai reati ed a materie collegati, e segnatamente al riciclaggio e all'usura posti in essere con strumenti societari ovvero da soggetti attivi nel campo finanziario e del credito, nonché alla truffa e ad all'appropriazione indebita similmente connotati». Si tratta, come si vede, di una delega potenzialmente assai ampia.

Ma non è tutto: Minale «dispone ricondursi all'ufficio del consigliere Francesco Greco le segnalazioni provenienti dalla Banca d'Italia, dalla Consob, dall'Ufficio Italiano Cambi, nonché dalle altre autorità di vigilanza, e la cura e il coordinamento degli accessi all'archivio informatico della Camera di Commercio, del Catasto e la cura e l'esercizio della banca dati dell'Agenzia delle entrate contenente i dati comunicati dagli operatori finanziari».

Greco e i suoi pm dell'«area omogenea», insomma, diventano i terminali unici delle segnalazioni, e si ritrovano ad avere a disposizione banche dati quasi sterminate. Al rapporto diretto con la Consob - ultimamente assai attiva - si aggiunge il canale con i vertici della Sezione fallimentare del tribunale di Milano, anche questo messo per iscritto nell'ordine del giorno Minale.

Il caso Risanamento sarà un test decisivo per questo ruolo. Perché da una parte ci sono le banche: del cui ruolo salvifico, generalmente parlando, Greco non è mai stato convinto, e che nel caso specifico di Risanamento hanno - secondo i pm dell'«area omogenea» - gravi e dirette responsabilità nel dissesto; dall'altra c'è l'agguerrito fronte che si batte per salvare Risanamento, e che considera l'ostinazione della Procura nel chiedere il fallimento una ingerenza indebita.

Se il tribunale dovesse dare ragione alla Procura, staccando la spina a Risanamento, per Greco e la sua «area omogenea» sarebbe un precedente i cui effetti si farebbero sentire a lungo.

 [20-10-2009]


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20 ottobre 2009

Genchi, il Ros e Borsellino



Ecco la nuova puntata del braccio di ferro tra il super consulente informatico delle procure, Gioacchino Genchi, e il Ros dei Carabinieri. L'intervista rilasciata a Marco Meduni del Secolo XIX, è un po' l'antefatto delle continue schermaglie con i "ragazzi di Mori". Finirà qui?
Sempre dal Secolo XIX, oggi a Palermo ci sono state le deposizioni di Mori e Violante.


10 ottobre 2009

L'oro delle fondazioni

L'ORO DELLE FONDAZIONI - DA FINI (VINO Brunello) A D'ALEMA (Philips Morris), I NUOVI PENSATOI (Italianieuropei, Fare futuro, Magna Carta, Liberal, Formiche, Nuova Italia e Medidea) DOMINANO LA SCENA POLITICA. GRAZIE A FIUMI DI SOLDI PRIVATI E PUBBLICI - A PARTIRE DA PETROLIERI E COLOSSI DEL TABACCO. MA SENZA L'OBBLIGO DI TRASPARENZA...

Primo Di Nicola per "L'espresso" (ha collaborato Gianluca Schinaia)

Promuovere la cultura delle libertà e dei valori dell'Occidente. Ideali alti, anzi altissimi. E ci mancherebbe altro trattandosi di una creatura di Gianfranco Fini, presidente della Camera, cofondatore del Pdl. Ma alto è anche il tasso alcolico della sua fondazione Fare futuro, utilizzata in dosi massicce nei momenti più caldi dell'ultimo scontro con Silvio Berlusconi.

Chi c'è tra i promotori del pensatoio? Il re del vino Jacopo Biondi Santi, erede degli inventori del Brunello. Anche il fumo va forte tra i think tank che nel vuoto lasciato dai partiti hanno preso il posto delle vecchie correnti e condizionano sempre più l'agenda della politica.

Philips Morris, una delle compagnie di tabacco leader nel mondo, è tra i finanziatori di Italianieuropei di Massimo D'Alema, che nell'albo dei sostenitori vanta anche British american tobacco (Bat). E la Bat è un'altra multinazionale che sulle fondazioni punta tantissimo: nel suo libro-paga compaiono pure Formiche voluta da Marco Follini e Magna Carta del senatore Gaetano Quagliariello, stella sempre più brillante nel firmamento berlusconiano, pensatoio ad alto numero di ottani per i generosi finanziamenti di sponsor petroliferi come Moratti e Garrone.

Vini, fumo e petrolio. Ma anche acciai, telefoni, gomme e assicurazioni, energia e tv, banche e compagnie elettriche, cemento e auto, cliniche e medicinali, senza trascurare finanza e armamenti. Dietro al ruolo crescente delle fondazioni c'è il meglio dell'economia. Già, perché le idee non sono tutto. A fare la differenza è anche la forza degli sponsor. Ogni think tank oltre a uno scopo da perseguire deve dimostrare un adeguato patrimonio.

Una cifra precisa non esiste, ma le prefetture che vigilano sulle fondazioni riconosciute, se non esercitano controlli sulla loro gestione finanziaria almeno su questo sono severe: la dote deve essere credibile. Di solito si parte dai 50 mila euro per arrivare anche oltre il milione.

Soldi che vanno immobilizzati in investimenti sicuri e non possono essere utilizzati per le attività correnti. E qui si entra in una zona d'ombra, dove le nuove creature aggirano le vecchie leggi sul finanziamento dei partiti. E vanno a caccia di risorse per il loro stakanovismo di convegni, riviste e centri studi. A cominciare dai fondi ministeriali, surrogato delle sovvenzioni pubbliche ai movimenti politici.

Vi ricorrono un po' tutte, da Magna Carta a Liberal che, insieme a Italianieuropei e Nuova Italia di Gianni Alemanno, da quest'anno si è anche attrezzata per incassare le donazioni Irpef del 5 per mille. Per il resto puntano sui contributi degli associati e sugli assegni dei grandi donatori. Ma tracciare un identikit degli sponsor, che mettano mano al portafogli per i patrimoni o per le spese, non è facile.

Le fondazioni non hanno infatti alcun obbligo a rendere pubblici bilanci e fonti di finanziamento. 'L'espresso' ha provato comunque a fare luce scandagliando sulle attività delle fondazioni più dinamiche: Italianieuropei, Fare futuro, Magna Carta, Liberal, Formiche, Nuova Italia e Medidea.

Cominciamo da Italianieuropei, costituita nel 1999 da Giuliano Amato e da Massimo D'Alema, in quel momento a Palazzo Chigi, dal costruttore Alfio Marchini, dal presidente della Lega cooperative Ivano Barberini e dal consulente aziendale Leonello Giuseppe Clementi. Dotazione iniziale, un miliardo di lire fornito da una nutrita lista di sostenitori: 200 milioni di lire li offre la Cooperativa estense; 100 l'Associazione nazionale cooperative e la Lega coop di Modena; 50 milioni la Brown Boveri, la Lega coop di Imola, Ericsson e Pirelli. Tra i privati, con cifre intorno ai 50 milioni spiccano l'industriale Claudio Cavazza, gli stessi Clementi e Marchini, mentre 1 milione ciascuno versano Amato e Barberini.

Con il ritorno di Amato al governo, presidente viene nominato D'Alema che, curiosamente, non ci mette una lira. A differenza di altri noti benefattori che rimpinguano successivamente la dotazione patrimoniale con offerte fino a 80 mila euro. Tra loro, la Romed di Carlo De Benedetti, Fiat Geva (Gianni Agnelli), Philip Morris, Waste management (discariche), e.Biscom, Glaxo Wellcome, Tosinvest (famiglia Angelucci) e altri imprenditori come Guidalberto Guidi, Francesco Micheli, Vittorio Merloni, Gianfranco Dioguardi e Paolo Marzotto.

Fare futuro nasce invece nel 2007 grazie a Fini, Adolfo Urso e Ferruccio Ferranti, un manager ora indagato a Bari per una storia di appalti sanitari. Patrimonio iniziale: un milione di euro, 930 mila dei quali versati da un comitato.

Tra i promotori, c'è chi continua a versare ogni anno fino a 20 mila euro: Emilio Cremona, presidente di Assofond, la federazione delle fonderie; Lia Viviani, titolare dell'omonima casa editrice; gli imprenditori metallurgici Michele Mazzucconi e Giancarlo Ongis e Sergio Vittadello, della Intercantieri. Seguono, oltre a Biondi Santi, personaggi come il sociologo Sabino Acquaviva, l'avvocato Nicolò Amato, l'attore e deputato Luca Barbareschi, la presentatrice Rita Dalla Chiesa, la cantante Cecilia Gasdia.

Natali nobili anche per Magna Carta, varata nel 2004 su impulso di Marcello Pera, allora presidente del Senato. Motore operativo è da sempre Gaetano Quagliariello, che è stato anche il primo presidente. Tra i fondatori, Giuseppe Calderisi (parlamentare di Fi), Giuseppe Morbidelli (professore di diritto alla Sapienza) e soprattutto la Erg della famiglia Garrone, la Fondiaria di Ligresti e la Nuova editoriale, una srl di Firenze.

Ciascuno versa 100 mila euro cui si aggiungono più tardi identiche cifre da Mediaset, Gianmarco Moratti con la Secofin holding, Acqua pia antica marcia di Francesco Bellavista Caltagirone e British american tobacco, il cui vecchio ad Francesco Valli è l'attuale presidente di Magna Carta.

Non basta: nella lista dei donatori, oltre la Korus srl del senatore Pdl Filippo Piccone (nel mirino dei pm di Pescara per la compravendita di candidature), compaiono pure Finmeccanica, la telefonica H3G, Viaggi del ventaglio e Meliorbanca.

Nasce bene (maggio 1996) anche Liberal di Adornato: 200 milioni di lire di patrimonio versati da Diego Della Valle, Alfio Marchini (sempre lui), Vittorio Merloni e Marco Tronchetti Provera. Ma il progetto piace anche a un altro illustre sponsor: Cesare Romiti. Come illustre è il promotore di Medidea, varata nel 2008 da Giuseppe Pisanu, ex ministro dell'Interno e ora presidente dell'Antimafia, con il figlio Angelo e a Massimo Pini, stretto collaboratore di Ligresti. Con tre assegni da 20 mila euro i tre hanno dato vita al think tank che a maggio ha visto entrare nel cda Tarak Ben Ammar, alleato storico di Berlusconi.

Ad una svolta invece la vita di Formiche, costituita nel 2005 dopo le dimissioni di Marco Follini dalla segreteria dell'Udc. Per vararla radunò alcuni fedelissimi, tra i quali Alberto Brandani e Paolo Messa, capo ufficio stampa del partito, che con pochi altri versarono i 95 mila euro di dotazione iniziale. Con il passaggio al Pd di Follini il pensatoio ha però conosciuto qualche difficoltà.

Chi non molla invece è il sindaco di Roma Alemanno saldamente alla guida della Nuova Italia. La fondò nel 2003 con 250 mila euro di patrimonio raggranellato con il contributo di Antonio Buonfiglio (sottosegretario alle Politiche agricole), Francesco Biava e Aldo Di Biagio (deputati Pdl), oltre a Franco Panzironi, un fedelissimo piazzato dal sindaco di Roma ai vertici dell'Ama, l'azienda rifiuti capitolina. Ma soprattutto il denaro arrivò dagli aderenti sparsi per l'Italia.

Costituire il patrimonio iniziale è compito facilissimo rispetto a quello di finanziare le spese correnti. Prendiamo Italianieuropei: con il suo milione abbondante di fatturato, la sede romana da 7 mila euro mensili (altre due sono a Milano e Napoli, dove divide gli uffici con Mezzogiorno Europa, fondazione voluta da Giorgio Napolitano), la dozzina di dipendenti, il sito Internet, i libri, i quaderni e la rivista (distribuiti da Mondadori danno circa 50 mila euro di ricavi), oltre alla nutrita agenda di convegni, è ormai una macchina costosa. "E non riscuotiamo quote di aderenti", spiega il segretario Andrea Peruzy: "Per finanziarci ricorriamo al mercato".

Come? Anzitutto con la pubblicità sulle riviste: pacchetti da 30 mila euro acquistati tra gli altri da Allianz, Sisal, Mps, Banca di Roma, Sky, Enel, Eni, Fastweb, Telecom, Rai, Unicredit, Aeroporti di Roma e Novartis. Oppure con le sponsorizzazioni per i gruppi di lavoro, come quello sulla sanità animato dal senatore Ignazio Marino. Poi ci sono i convegni su commissione: British tobacco, sborsando 20 mila euro, ne ha chiesto uno sui danni del fumo minorile. Infine, con i proventi della "capitalizzazione del marchio", così la definisce Peruzy, con cui la fondazione monetizza proponendosi come consulente per festival, ultimo quello della Salute di Viareggio che frutterà 100 mila euro.

Diverso il caso di Fare futuro (una decina di dipendenti), anch'essa attiva con libri e riviste ('Fare futuroweb magazine' e 'Charta minuta'), summer school, convegni e sito. Un dinamismo che richiede un budget di oltre 800 mila euro, per il 70 per cento garantito dai soci e per il resto da sponsor. Oltre ai cento promotori vanta 700 affiliati che versano 500 euro e una trentina di benemeriti che ne offrono 10 mila l'anno. Entrate alle quali si sommano le sponsorizzazioni: Unicredit e Finmeccanica hanno dato 50 mila euro per il rapporto 'Fare Italia nel mondo'.

Mentre 30 mila euro sono stati donati per lo studio 'Pacchetto clima' da Eni, Unicredit, Enel, E.on energia, Pirelli ambiente e A2A, la multiutility lombarda. Poi c'è la pubblicità pagata con decine di migliaia di euro da sponsor come Cremonini, Todini, Alenia Aermacchi e Condotte d'acqua, per non parlare di Mps, con Finmeccanica ed Elt Elettronica (sistemi di difesa) tra i finanziatori più fedeli dei convegni di Liberal (Siena e Venezia), che a sua volta ha un budget di 500 mila euro accumulati anche con il sostegno di Esteri e Beni culturali.

Esigenze più modeste a Nuova Italia di Alemanno, organizzata come una corrente di partito con circoli sparsi per la penisola e budget di 300 mila euro che se ne vanno per la sede romana, il sito e attività come il 'Master di decisione' e il 'Progetto salvamamma' contro l'infanticidio. Nessuna grossa impresa: le risorse vengono dalle quote da 500 euro dei 600 iscritti. Esattamente il contrario di quello che capita a Formiche, che sforna l'omonima rivista e vive grazie alla pubblicità: un milione l'anno, pagati tra gli altri da Mediaset, Sorgenia, Bat, Generali e da vari ministeri, tra cui Infrastrutture e Pari opportunità.

Infine Magna Carta, budget intorno ai 900 mila euro con i quali finanzia sito Web, libri, convegni, summer school e il tradizionale meeting di Norcia. Soldi che arrivano dai fondi statali (nel 2005 33 mila euro dagli Esteri), dalle pubblicazioni e soprattutto dalle quote degli affiliati, una trentina tra fondatori e aderenti, che pagano ciascuno 15-20 mila euro l'anno. In questo modo mettono insieme almeno 400 mila euro, cui si aggiungono i proventi delle collette durante gli eventi.

"Tutte iniziative autofinanziate", assicura il direttore Giuseppe Lanzillotta. Come il meeting sulle relazioni transatlantiche realizzato a New York con Westinghouse e American Enterprise che hanno provveduto agli alloggi. Tariffa agevolata invece per i biglietti aerei della United, mentre il resto è arrivato da Mediaset (30 mila euro) e dagli Esteri. Ciononostante, il momento non è dei migliori per Quagliariello e soci.

Uno dei fondatori, il gruppo Ligresti, ha mollato per andare a foraggiare Medidea di Pisanu. La quale è generosa di informazioni sulle proprie attività, la rivista trimestrale da 4 mila copie o i convegni organizzati con Berlusconi, ma si rifiuta di fornire dati sui finanziatori. "Sono cose riservate", protesta Carlo Romano, portavoce di Pisanu. E insistere è inutile: nessuna legge al momento obbliga le fondazioni ad essere trasparenti.


[09-10-2009]

 




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6 ottobre 2009

Veltroni

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

È un pasticcio mafioso in cinemascope. È la storia, che poco o niente ha interessato gli inquirenti siciliani, del centro commerciale più grande d'Italia che sarebbe dovuto sorgere vicino Palermo, a Villabate, grazie all'accordo siglato fra la cosca dei Mandalà e imprenditori della grande distribuzione e del cinema che già avevano lavorato per Veltroni quand'era al Campidoglio.

È una vicenda assai poco pubblicizzata dai media, fors'anche per quei riferimenti sgradevoli al fratello di Veltroni, Valerio, e soprattutto al defunto Carlo Caracciolo, padre nobile di Repubblica, che secondo le accuse del pentito Francesco Campanella avrebbe garantito comunque una copertura mediatica all'operazione.

Una questione giudiziaria non gradita anche perché un parente di Caracciolo, per la cronaca, sarebbe stato in rapporti strettissimi con l'imprenditore Pierfrancesco Marussig che recentemente ha preso sette anni per corruzione insieme al socio Giuseppe Daghino in un processo di mafia dove le condanne complessive ammontano a mezzo secolo di carcere.

E se le posizioni dei Veltroni e dei Caracciolo non sono state giudicate meritevoli di approfondimento processuale da parte dei pm siciliani al pari del presunto interesse delle coop rosse a edificare l'ipermercato di Cosa Nostra, gli episodi che li riguardano trovano eco fra le migliaia di carte processuali che nessuno ha avuto la bontà di leggere. Vediamole insieme.

Nei primi anni 2000 nasce l'idea di realizzare un centro commerciale faraonico a Villabate, comune ripetutamente sciolto per mafia. Il progetto, supervisionato da Cosa Nostra, è affidato alla Asset Development srl di Marussig e Daghino che si trova a dover risolvere alcuni problemi: convincere i proprietari di 158 terreni a vendere la terra, convertire le aree da agricole a produttive, ottenere varianti al Prg per la costruzione di svincoli e parcheggi, portare a più miti consigli un consigliere rompiscatole dei Ds che s'era messo di traverso.

Come fare? Si chiede aiuto alla cosca locale che curava direttamente la latitanza di Provenzano. Con le buone o con le cattive i Mandalà risolvono tutti i problemi ottenendo in cambio contanti e una co-gestione nel business. I quattrini - secondo gli accordi - vanno versati estero su estero: un primo anticipo da 25mila euro (la tangente iniziale concordata da Marussig con il futuro super pentito Campanella ammontava invece a 200milioni di lire) la Asset lo paga a mo' di consulenza.

All'esborso che tarda ad arrivare - racconta il collaboratore di giustizia - alla fine ci pensa direttamente Daghino, già consulente della giunta Veltroni: «Me lo presenta Marussig nel suo ufficio romano come l'anima finanziaria della società e come consulente dell'amministrazione Veltroni per le cartolarizzazioni immobiliari. Marussig mi dice di aspettare ancora qualche giorno per i soldi, è solo un problema di somme. "Ci pensa lui dice..." indicando Daghino». Il quale annuisce e rassicura: «La prossima settimana - ribatte - il bonifico sarà fatto».

E così è stato, la prova è negli atti del processo. Nel frattempo il piano si arena in Regione ma solo dopo che - a detta di Campanella - si era provveduto ad avvicinare il consigliere scomodo. Il pentito Campanella racconta che fu l'entourage di Veltroni, se non proprio lo stesso sindaco, il canale attraverso il quale venne avvicinato e «ammorbidito» il consigliere Ds, Giuseppe Mannino.

«Marussig era impressionato dagli attacchi dell'opposizione in consiglio comunale. Mi disse che stava cercando di capire se riusciva ad agganciare per vie politiche sue personali, attraverso contatti con Roma, il consigliere Ds per riportarlo a una posizione più normale rispetto al piano commerciale, e mi disse che avrebbe utilizzato il suo socio Daghino, che essendo consulente dell'amministrazione di Roma e del sindaco Veltroni aveva magari contatti con esponenti politici dei Ds che in qualche modo avrebbero provato a contattare Mannino».

Quale miglior strada. Il manager era notissimo in Campidoglio avendo collaborato direttamente con l'amministrazione Veltroni attraverso la società «Risorse per Roma» partecipata interamente dal Comune di Roma, essendone stato responsabile amministrativo e finanziario sin dalla sua costituzione (1995). Più avanti, nel 2003, Daghino si era personalmente occupato anche del progetto di cartolarizzazione degli immobili dell'amministrazione capitolina.

Come se non bastasse, s'è scoperto che la Asset Group del duo Marussig-Daghino lavorava fianco a fianco alla giunta Veltroni con studi di fattibilità per il piano di assetto dei mercati comunali, con prospetti di ripristino e restauro di aree del centro di Roma, con progetti di una piazza al quartiere della Romanina, e tant'altro ancora. Di casa in Campidoglio, associati a Cosa Nostra. Pagina 734 della sentenza di condanna di Marussig e Daghino: «Le due entità, mafia e Asset Development, si sono sempre mosse a partire dal 2000 in assoluta simbiosi e sinergia d'intenti, come soci di una società criminale di scopo».

Passano i mesi e sui giornali si comincia a parlare degli interessi della mafia per i centri commerciali. Marussig è preoccupato, anche se l'idea di abbandonare la cattedrale dello shopping in Sicilia con annessi una serie di stabili per proiettare film («lui che è - scrivono i giudici - personaggio ben noto nel circuito delle multisale cinematografiche») non gli passa per la testa.

Per provare ad allontanare i sospetti rilascia un'intervista a Repubblica nella quale spiega «che la mafia non l'aveva mai vista, e a Villabate era tutto tranquillo». Repubblica non era un giornale qualunque, la scelta non cadeva a caso. Anche questo articolo, rivelava Campanella, «era stato commissionato perché Marussig mi disse che Repubblica era socia nell'operazione.

Caracciolo (editore di Repubblica, morto lo scorso dicembre, ndr) è uno degli investitori in questo centro commerciale, a tal punto che non solo Caracciolo gli diede la pagina per fare questa cosa e lo spingeva e gli dava la Repubblica per fare tutti gli interventi, ma lo mise a conoscenza di una lettera anonima che arrivò in procura, ai carabinieri e a Repubblica, in cui si parlava di me e di Mandalà», il boss locale.

L'allora responsabile della redazione palermitana della Repubblica, Fabrizio Giustino, in aula offre riscontri alle dichiarazioni di Campanella: «Ho avuto tre incontri con Marussig nel 2003. Voleva parlarmi di questo investimento a Villabate, mi disse che lui era capofila di una società che gestiva il Warner Village di Roma e che uno dei soci era un fratellastro di Caracciolo».

Marussig, aggiunge Giustino, gli parlò anche dei rapporti che lo stesso intratteneva con Maurizio Scaglione, responsabile della società Manzoni che raccoglieva la pubblicità per Repubblica, al fine di ottenere un passepartout in ambienti politici. Campanella sul punto ha precisato: «A quanto ne so Caracciolo non è mai stato informato più di tanto della vicenda, però rispetto a questo, ne ho parlato con il fratello, il fratellastro, Ettore Rosboch» collegato a Marussig nella società di cinematografia Focus.

E a proposito di cinema, Campanella ricorda: «Nella nuova struttura si sarebbe dovuto costruire anche un Warner center, con 20 sale cinema, al quale sarebbe stato interessato il fratello di Veltroni, Valerio». Dopo aver rischiato la diffida per aver snobbato la convocazione del tribunale, il 20 ottobre, Walter Veltroni si presenta in aula e giura (vedi verbale sotto) di essere all'oscuro delle cose mafiose di Villabate.

Dove persino le coop rosse un tempo vicine al suo partito, sempre per «colpa» di Marussig avevano fatto più di un pensierino sul business della costruzione del megastore benedetto da Cosa Nostra. Se non se ne è fatto niente è solo perché i carabinieri sono arrivati in tempo. Prima dell'inizio del film sul centro commerciale che tanto piaceva a un certo Bernardo Provenzano.

MIO FRATELLO È FIGLIO UNICO
Da "Il Giornale"

Ecco uno stralcio dell'interrogatorio reso da Walter Veltroni il 20.10.2008 al processo sul megastore mafioso di Villabate.

Avvocato: «Lei conosce il signor Marussig Pierfrancesco?».
Veltroni: «Io l'ho conosciuto quando eravamo bambini, perché era amico di mio fratello (...)».
Avv: «Lo ha rivisto successivamente?».
V: «(...) Mi sono ricordato di averlo visto una volta in Campidoglio per una cerimonia di nozze o che cosa, in cui si è presentato e abbiamo parlato della sua famiglia (...)».

Avv: «Quindi Marussig non le ha mai sollecitato un intervento nei confronti di un consigliere comunale di Villabate?».
V: «Assolutamente no, mai».
Avv: «(...) Conosce il signor Daghino?».
V: «No».
Pm: «Senta, suo fratello Valerio Veltroni, in epoche invece recenti (...) si è mai occupato di attività che avessero a che fare con il cinema, la Warner Bros o cose del genere?».
V: «Guardi, so che, sì, se n'è occupato nel senso che era fidanzato con una persona che si occupava del mondo del cinema, ma non le so dire di più, perché i rapporti tra me e mio fratello sono rapporti fondati su un doppio criterio: grande affetto, grande sintonia tra fratelli ma due vite separate (...)».

Pm:: «In che periodo suo fratello si è occupato, anche in esito a questa relazione sentimentale, di attività cinematografiche?».
V: «Questo non glielo so dire francamente (...). Tre-quattro anni fa».
Pm: «È in grado di affermare o escludere che suo fratello Valerio, anche in relazione a questa attività e comunque più in generale, abbia mantenuto in epoca più recente dei rapporti (...) con Marussig?».
V: «Non ne ho la minima idea (...)».
Pm: «(...) Nel periodo in cui lei è stato sindaco di Roma (...) il Comune di Roma ha avuto rapporti di qualsiasi tipo con la Spa Risorse Per Roma (...)».

V: «Era una delle società del Comune (...) che si occupava diciamo di alcune aree che riguardavano la progettazione di scelte urbanistiche importanti. All'inizio si occupò di metropolitane (...) poi il tema è stato passato ad una società diversa, la "Metropolitane per Roma"(...). È una società che preesiste al 2001 (...)».
Pm: «Lei era o è a conoscenza della circostanza che Daghino abbia fatto parte della compagine di questa Spa, in particolare come esperto di aspetti economico-finanziari?».
V: «Assolutamente no. Come si può immaginare avevamo una struttura di tante aziende, ciascuna operava secondo i suoi criteri e valutazione di autonomia (...)».

Pm: «(...) Lei ha mai avuto conoscenza delle attività della Asset Development?». V: «No». Pm: «E della Asset group, che avrebbe dovuto avere come cliente principale il Comune di Roma, la spa Risorse per Roma, i costruttori romani riuniti, il centro agroalimentare per Roma?(...)».
V: «No. Come si può immaginare una città che ha 2 milioni e 600mila abitanti e con una attività amministrativa come quella che può avere il Comune di Roma, è difficile... E poi credo sia giusto anche che chi fa il lavoro che facevo io abbia, diciamo, la necessaria distanza dalle cose che vengono decise in autonomia».

 

 

[06-10-2009]

 




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10 settembre 2009

In Italia c'è la pena di morte. E' il carcere



di Marco Pannella per L'Altro 

Cari compagni e amici de L’Altro,

consentitemi oggi di abusare del vostro letteralmente straordinario invito (di ieri e fino a qualche ora fa… l’unico) a intervenire sul tema e sull’obiettivo “Amnistia subito!”.

Soprattutto in questa Italia dov'è reinstaurata una pena di morte surrettizia quanto certa: 40 suicidi finora nel 2009, più altri 14 morti di prigione italiana

. L'ultimo ieri l'altro, un ragazzo tunisino che si è lasciato morire di fame nel carcere di Pavia. Per un po’ di informazione contestuale, e di “propaganda” Radicale, a premessa utile per imputare domani se potete consentirmelo) agli sgovernanti di Governo e di Opposizione, come anche a Tonino Di Pietro, scelte e responsabilità criminogene e criminose, disastrose, che da decenni ormai possono essere compiute e difese solamente censurando ogni dibattito, quindi ogni informazione così realizzando un’ormai sessantennale (in)giustizia di classe, senza precedenti, ivi compreso quello del Regime precedente l’attuale, quello del Ventennio fascista. Veniamo a bomba: il ministro Alfano ha immediatamente reagito alla nostra ri-proposta (dal 1977 fatta in Parlamento, ribadita continuamente da allora) decretando laconicamente, da Innominato manzoniano: «Questa Amnistia, con gli indulti non s’ha da fare!».

A Radio Radicale molti esponenti di destra e sinistra si sono pronunciati, spesso a favore. Niente da fare, il tema è Verboten! Totale, ma proprio totale su Mediaset, Sky, La7, unica eccezione da Mineo! Ma quel che è stato più interessante è il black-out di tutti gli Editori e di tutti… Editi, tranne una eccezione qualche ora fa!

On-line e off-line: silenzio (siti e audiovisivi Radicali a parte, naturalmente)! Sull’origine e la causa prima di quest’ultima fase del Regime partitocratico italiano, sul suo autore, sul sistema di monopartitismo sostanziale, sulla sua forma biciclica, sul suo odierno attore principale e quello di scorta, noi non ci troviamo impreparati: abbiamo ormai da decenni costituito una Resistenza politica e sociale di carattere strategico. Abbiamo infatti combattuto sempre in modo da prefigurare, anche nelle forme delle lotte e dell’organizzazione, i fini e forme di autogoverno democratico, federalista, austero e libertario, nonviolento; gandhianamente, socraticamente, kantianamente, illuministicamente, antropologicamente, forse buddisticamente (mia personale ipotesi) scoprendoci così connotati e alimentati.

Siamo giunti alla conclusione che la nostra Resistenza ha oggi un dovere, un’opportunità straordinaria: è il popolo italiano. Antipartitocratico, anticommistioni fra poteri vaticani o talebani e religiosità di libertà e di liberazione, di responsabilità civile, sociale, virtualmente, ormai, ecologisticamente planetaria. Sessant’anni di occupazione hanno miracolosamente salvato gli “occupati” e isolato gli occupanti. È un popolo che ha in sé la nostra Resistenza, ha riconosciuto come suoi i nostri caduti, i Coscioni o i Welby, o i vivi, gli Enzo Tortora e , credo, Eluana liberata dall’amore e dalla forza di Beppe Englaro.

L’obiettivo, cui, d’ora in poi, daremo animo e daremo corpo è quello di candidarci, in tempi rapidi, politici a promuovere e costituire il governo e la Riforma “americana”, in alternativa allo sfascio e al fascio partitocratico, per salvarlo e salvarci dalla sua rovina tragica che sarebbe altrimenti anche quella di tutti gli italiani. Nell’attuale contesto internazionale, piazzali Loreto et similia, tentati o riusciti sarebbero tragedie non più tremendamente solo domestiche, a cominciare dai loro sciagurati e disperati autori. Siamo, saremo alternativa anche a questo.

Spero, cari amici de L’Altro, che vi saranno individui e “forze” che, ammaestrati anche dal tempo prendano in considerazione, sul serio, questo nostro obiettivo. Sulla lotta immediata per la conquista con l’Amnistia della Grande Riforma per la Giustizia, appuntamento - se L’Altro può - a domani.


6 settembre 2009

Woodcock Sciarelli De Magistris


Gianmarco Chiocci per ilgiornale.it

Girano da querela a querela, spuntano da Salerno a Catanzaro, escono dove meno te l'aspetti. Le carte giudiziarie che trattano dell'amicizia fra la bella giornalista di Chi l'ha visto? Federica Sciarelli e il pm di Vallettopoli, Henry John Woodcock, fanno ormai da contorno ai veleni che hanno visto più magistrati di più procure indagare e denunciarsi a vicenda.

La frequentazione fra la cronista e il sostituto potentino - resa nota dalle foto della coppia mentre fa jogging, pubblicate a maggio 2007 dal settimanale Chi - è divenuta oggetto di «attenzioni» investigative per il sospetto che dietro ad alcuni servizi della trasmissione di Raitre vi potesse essere proprio il pm anglonapoletano, e perché no, anche il collega calabrese Luigi De Magistris.

Tra i primi a sollevare la doppia «incompatibilità amicale» è stata Felicia Genovese, pm di Potenza, nemica giurata di Woodcock, già indagata dal pm De Magistris nell'inchiesta Toghe Lucane insieme al procuratore capo Vincenzo Tufano, all'aggiunto Gaetano Bonomi, al capo della squadra mobile, Luisa Fasano.

«Nella relazione del 14 maggio 2007 - osservano i pm di Salerno che indagarono su De Magistris - la Genovese segnalava l'esistenza di rapporti di natura personale tra De Magistris, delegato alle indagini e i pm Woodcock e Montemurro che avevano reso dichiarazioni accusatorie contro di lei».

La Genovese puntava così l'indice sulla Sciarelli che in tv cavalcava la riapertura delle indagini sul tale Erica Clap avviata da De Magistris: «Il 12.5.2007 s'è tenuto l'incontro Elisa Claps, ritessiamo la tela (...) a cui ha partecipato la giornalista Federica Sciarelli, notoriamente amica di vecchia data del dottor Woodcock, per quanto da lui stesso riferito e riportato dal alcuni rotocalchi.

Nelle trasmissioni condotte dalla Sciarelli, una delle quali stranamente coincidente con un articolo del Corriere della Sera (...) che anticipava l'indagine di De Magistris sfociata nelle perquisizioni del giorno successivo, si ritrova il riferimento al pm come magistrato catanzarese che si occupa di note vicende di cronaca verificatesi in Basilicata... ».

Il pm Woodcock, preso a verbale, precisa d'aver avuto solo contatti investigativi con De Magistris e di aver poi sollecitato il procuratore affinché lo sollevasse dall'indagine sul marito della Genovese ancor prima che l'avvocato di costui gli chiedesse di astenersi per i rapporti personali con De Magistris e con la Sciarelli.

«Le ragioni della scelta - racconta Woodcock - erano riconducibili ai miei rapporti di amicizia con Federica Sciarelli e al contenuto di una conversazione telefonica intercettata sull'utenza del Cannizzaro (marito della Genovese, ndr) intercorsa tra la Genovese e il procuratore generale Tufano dove venivano usate espressioni particolarmente volgari sulla giornalista e sul nostro rapporto di amicizia».

Woodcock denuncia poi «altri emblematici tentativi di indebita strumentalizzazione del suo rapporto personale» con la Sciarelli «riconducibili al medesimo gruppo di soggetti indagati da De Magistris» nel procedimento Toghe Lucane. In particolare il pm evidenzia sia «l'indebita pubblicazione» di alcune foto che lo ritraevano con la bionda giornalista durante una corsa all'aperto, sia la conoscenza anticipata di questa prossima pubblicazione da parte del capo della squadra mobile di Potenza, Luisa Fasano (che Woodcock teneva sotto intercettazione).

«Mai - dice Woodcock - nel corso della mia frequentazione con la giornalista Sciarelli, ho rivelato notizie sulle mie indagini (...). Inquadro l'episodio della pubblicazione delle foto nell'ambito di una più ampia strategia delegittimatoria della mia immagine professionale».

A riprova di ciò, insiste Woodcock, proprio dopo lo scoop di Chi, il procuratore Tufano chiede al Csm, con nota riservata, l'apertura di una pratica a tutela, ricollegando l'asserita aggressione mediatica al rapporto «venuto recentemente in rilievo tra un appartenente all'ordine giudiziario e un esponente dei mass media».

Così, oggetto d'interesse diventa anche la telefonata fra la poliziotta Fasano e il magistrato Bonomi, che le dice: «Sul Giornale c'è una foto del tuo sostituto, Woodcock... ». Fasano: «Sì... ». B: «Dietro la Sciarelli (...) domani pubblicate su Chi». F: «Ah... perché queste so' quelle che diceva ieri Corona (...) che carini, tubano tubano... ». F: «Il fatto è che, se questo dimostrasse... quanto... in questo tubare escono poi, questi, certi programmi diffamanti...». B: «Le notizie... certo... ». F: «L'ultimo Chi l'ha visto? è stato delirante... ». B: «Schifoso... ». F: «... e certe cose, quella non è che le sa così, insomma... ».

Nel mentre ulteriori dichiarazioni di Woodcock finiscono agli atti del procedimento (compresa la sua intervista a Di più dove spiega che la Sciarelli «è una ragazza dalle grandi qualità, è brillante, ed è persona con cui è piacevole parlare, ha vivacità e intelligenza uniche e che pur sapendo bene le voci che girano, il fatto che ci vediamo non significa per forza che nel nostro rapporto ci sia qualcosa di particolare») la Sciarelli viene interrogata il 30 ottobre 2007.

Dice che i rapporti col pm sono «personali di frequentazione» e ribadisce che «mai si è verificato da quando abbiamo iniziato a frequentarci, che il dottor Woodcock mi abbia riferito dell'oggetto delle sue indagini». La Sciarelli precisa poi che «i casi di cui la trasmissione da me condotta si è occupata (Elisa Claps e fidanzatini di Policoro) sono due casi di cui il dottor Woodcock non si è mai occupato».

Quanto, infine, alle foto pubblicate sul settimanale Chi, la Sciarelli riferisce d'aver saputo da due fotografi «che vennero pagate 140mila euro», quarantamila in più rispetto a quanto sborsato dal settimanale Oggi per chiudere in un cassetto le foto del portavoce di Romano Prodi con un trans.

«Quelle foto - prosegue la Sciarelli - intanto ritraggono me e il dottor Woodcock in momenti diversi. Inoltre, nell'articolo si rivelano dei dati inquietanti poiché si fa riferimento al fatto che il dottor Woodcock avrebbe prenotato un albergo nei pressi della mia abitazione di Roma (circostanza falsa e, probabilmente, desunta dal fatto che il dottor Woodcock, in una occasione, mentre aspettavo mio figlio scendere da casa di un amichetto, era andato a telefonare in un albergo di fronte) e poi che il magistrato sarebbe stato seguito dai paparazzi (...).

Dalle pubblicazioni ritengo di aver subito un pregiudizio in relazione alla mia attività giornalistica che mi porta talvolta ad avere contatti con fonti riservate che, dopo quest'episodio, temono di essere monitorate».

 

[06-09-2009]




permalink | inviato da ilpadronedelvapore il 6/9/2009 alle 20:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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